Dal bozzolo alla farfalla

di fra Francesco Conte

Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Sono solo alcune delle domande più profonde del cuore umano e la risposta spesso si trova dentro un cammino che può durare anche una vita intera. Sono santi e scrittori che riescono a cogliere questa ricerca. Leggendo la Divina Commedia, accosto il sommo poeta Dante Alighieri e la nostra santa madre Teresa di Gesù con un’immagine davvero significativa:

«Avrete già udito parlare delle meraviglie che Dio opera nella produzione della seta. Si tratta di piccoli semi… al sopraggiungere dell’estate, quando i gelsi si coprono di foglie, questi semi cominciano a prender vita. Prima che spuntino quelle foglie di cui si devono nutrire, stanno là come morti; a poco a poco con quell’alimento si sviluppano, finché, fatti più grandi, salgono sopra alcuni ramoscelli e ivi con la loro piccola bocca filano la seta che cavano dal loro interno, fabbricandosi certi bozzoli molto densi, nei quali ognuno di quegli insetti, che sono brutti e grossi, si rinchiude e muore. Ma poco dopo esce dal bozzolo una piccola farfalla bianca, molto graziosa. (…) L’anima, di cui quel verme è l’immagine, comincia a prendere vita quando per il calore dello Spirito Santo, comincia a valersi dei soccorsi generali che Dio accorda a ognuno e a servirsi dei rimedi che Egli ha lasciato nella sua Chiesa»

(Castello interiore V, 2, 2-3)

Che cos’è l’anima umana, se non questo vermicello che si trova ad essere lavorato e rinchiuso in un bozzolo fino a morire e poi rinascere mutato in una piccola e bella farfalla bianca? Questa è un’immagine cara a santa Teresa e tanto suggestiva. Certo è che l’uomo non può compiere da solo questo lavoro di trasformazione: a lui è chiesto di porsi in una certa disposizione e disponibilità a lasciare spazio al lavoro di un altro. «Avete già udito le meraviglie che Dio opera nella produzione della seta»…

In modo simile, due secoli e mezzo prima, Dante, nella Divina Commedia, incontra, salendo la montagna del Purgatorio, coloro che scontano il peccato di superbia. A loro è ricordato giustamente la piccolezza e fragilità della condizione umana, ma dall’altra parte anche la meta felice che attende ogni uomo:

«O superbi cristian, miseri lassi (…) non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla»

(Purgatorio, X, 121.124-125)

Di fronte a questi superbi non dannati, è ribadita da una parte la stessa esigenza dell’uomo di tenersi umile, perché la sua condizione è fragile e tutto deve ricevere da Dio (ed è così che questi purganti, in attesa della vita eterna, devono portare enormi massi sulla testa – per rimanere bassi – e recitare di continuo il Padre nostro); dall’altra parte a loro è ricordato che, nel disegno di Dio, essi, come tutti gli uomini, sarebbero destinati a trasformarsi in una farfalla tanto bella da essere definita angelica per bellezza, ma anche per dignità. Questa trasformazione resta sempre possibile, come già si è detto in Teresa, nel rapporto singolare tra la libertà dell’uomo e le meraviglie che il Signore vuole compiere per e con ciascuno di noi.

Così dice il salmista:

«O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra (…)
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?
Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato»

Salmo 8

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